Vichinghi, destino e libero arbitrio: la responsabilità del personale dipendente

Un cielo rosso su Roma…” questo è quello che vedo nel tardo pomeriggio di una giornata di maggio dalla finestra del mio Studio (che mi regala anche un “angolo” di Castel Sant’Angelo), ma è anche una strofa che sto sentendo nelle mie orecchie in una delle canzoni più belle mai state scritte per questa città (dal mitico Erminio Sinni).

Ammetto di avere i piedi sulla scrivania e di essere stanco… inizia ad essere tardi e mentre ascolto lontane voci (dall’altra parte dello Studio) che si salutano “liturgicamente” vedo, all’angolo opposto della mia scrivania, quello che sarà il mio “destino”, un fascicolo troppo grosso dal quale spuntano pezzi di carta come accade agli hamburger – troppo imbottiti – dei fast food.

Devo analizzare le giustificazioni rese, nel corso di un procedimento disciplinare, da due dipendenti coinvolti in una brutta faccenda di furti in azienda e, ovviamente, dare il mio parere su quale sarà la loro “sorte”.

Come quasi sempre mi capita, inizio dalle giustificazioni più lunghe (non so bene perché, ma il mio istinto o – forse – il “caso” ha deciso così).

Leggo un italiano palesemente “camuffato” in cui una persona che sa scrivere bene si sforza di scrivere il peggio possibile per far sembrare autentico lo scritto da parte di colui che lo deve (formalmente) firmare. Evidentemente questo Cyrano de Bergerac ritiene che il “suo” Cristiano de Neuvillette sia ai limiti dell’analfabetismo, ma non riesce a non infarcire (anzi appesantire) la sua prosa di inequivocabili avverbi appresi in pomeriggi passati sui libri nella biblioteca di giurisprudenza augurandosi di prender almeno 21 a diritto privato.

Quello che leggo non mi piace, non solo per come è scritto (tanto malamente quanto artatamente) ma soprattutto per quello che c’è scritto. Il tutto – circa 12 pagine – potrebbe essere riassunto in una riga: “stato di necessità” o, meglio, “non avevo altra scelta” (crisi, figli, etc.) oppure “non è colpa mia, ma del destino…”.

Sono sinceramente turbato, cerco nervosamente di trovare una postura sulla poltrona che possa placare il mio nervosismo verso un uomo che ha scaricato ogni colpa verso la Dea (s)fortuna.

A questo punto passo alla seconda lettera (quella del complice per intenderci). Leggo le prime parole: “ho sbagliato, scusatemi…”. Questa frase mi arriva dritta come una sberla in faccia: ammettere in maniera così autenticamente colpevole le proprie responsabilità non è da tutti. Lo scritto (di circa un paio di pagine) continua e racconta di un uomo che – per dieci anni – si è sempre comportato bene e poi ha “scelto” di sbagliare perché ha ammesso di essere avido.

I due lavoratori hanno fatto esattamente le stesse cose, ma, nelle loro giustificazioni, l’approccio è stato opposto: uno si è voluto giustificare dando la colpa al destino, l’altro ha ammesso tutto ma ha chiesto “perdono” prendendosi ogni responsabilità.

Era troppo tardi per decidere… ho preferito tornare a casa e rifletterci un po’.

La serata prevedeva, come menù, salmone al vapore con zucchine (buono anche se può sembrare strano, ma sarà stato merito della compagnia) e, soprattutto, la maratona di una serie che mi sta facendo impazzire, Vikings (una saga sui guerrieri norreni che dopo l’800 d.c. fecero scorrerie in mezza Europa).

In questa bellissima storia ad un certo punto la Regina Vichinga Lagertha incontra un arcivescovo/guerriero inglese (Heahmund); i due (ovviamente) si innamorano e – prima di una battaglia – hanno un dialogo. Il cavaliere anglosassone chiede alla Regina normanna se ha paura di morire, e Lei le risponde che non ha paura di morire perché se accadrà (o meno) dipenderà dal volere degli Dei (e, cioè, dal destino) e che se quello sarà (o meno) il loro ultimo incontro non sarà una loro scelta.

Headmund si infervora e le dice che siamo “noi” a scrivere la nostra storia e che neanche Dio può farlo al posto nostro, avendo l’uomo (e la donna) il libero arbitrio sulle proprie scelte.

I due quindi capiscono che la loro vera differenza non sta tanto nell’essere monoteisti o politeisti, ma nel convincimento (o meno) sull’esistenza del libero arbitrio. È proprio dal libero arbitrio che discendono le più importanti conseguenze comportamentali (e morali): essere “schiavi” del proprio destino significa anche non potere avere senso di colpa. Ed infatti quando Heahmund (che è vescovo) racconta a Lagherta di “peccare” perché, nonostante il suo ruolo, va con le donne (e devo dire che gli piace peccare spesso…), Lagherta non riesce a capire il suo discorso, proprio perché la deresponsabilizzazione sul proprio destino – affidato agli Dei e non al libero arbitrio – determina un senso di impunità: se ho fatto questo, non può essere colpa mia, sono gli Dei che lo hanno deciso.

Come nel caso dei due “ladri d’azienda”, sia Lagherta sia Headmund fanno le stesse cose: combattono il proprio nemico arrivando ad uccidere, ma mentre il cavaliere anglosassone si fa carico di questa scelta (lui combatte in nome di Dio, ma non è stato Dio ad imporglielo è stato lui a deciderlo), la Regina vichinga compie le condotte più atroci con leggerezza e senso di impunità in quanto la sua vita è un libro già scritto dagli Dei.

Ecco su questo, e parlo da ateo, mi sento laicamente cristiano. Senza volere scendere troppo in questioni che hanno interessato anche i movimenti (critici) legati alla dottrina di Lutero, a me ha sempre convinto di più Guglielmo di Ockham che sostiene che l’essere umano è del tutto libero, e solo questa libertà può fondare la moralità dell’uomo.

Anche nella valutazione di comportamenti disciplinarmente rilevanti, ritengo che sia apprezzabile un atteggiamento responsabile che non scarichi su altri (o su altro) le proprie scelte, ma che le faccia proprie arrivando anche a chiedere “scusa”.

Se di valutazione della lesione del vincolo fiduciario si discute quando si licenzia per giusta causa, credo che l’atteggiamento del dipendente che ammetta la propria scelta e responsabilità sia un elemento che possa fare la differenza per preservare un rapporto già seriamente compromesso.

D’altronde, anche in un’opera non solo filmica ma, a mio avviso, filosofica quale è Matrix, lo stesso Neo (Keanu Reeves), che è il “prescelto” (per salvare gli umani), a ben vedere è (lui stesso) fabbro del proprio destino. Ciò è confermato nella scena più bella del film, quando Neo incontra il sacerdotale Morpheus che gli offre di decidere tra la “pillola rossa” della conoscenza che svela il mondo come realmente è (un postaccio dove gli uomini sono sfruttati dalle macchine intelligenti per produrre energia) e la “pillola blu” della tranquillità, per continuare a vivere nel mondo illusorio finora sperimentato.

Neo ha scelto bene.

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