Vaccini per il Covid-19: scienza e geopolitica

Il 31 dicembre 2019, dopo un periodo di censura da parte del governo locale di Wuhan, le autorità sanitarie della Cina comunicavano all’Organizzazione Mondiale della Sanità casi di “polmonite da causa sconosciuta”. Un anno dopo, la campagna dei vaccini anti Covid-19 è entrata nel vivo.

Si tratta di un risultato storico per la scienza, un successo di bioingegneria a tempo di record, reso possibile da decenni di studi sui virus e la biologia molecolare, nonché poderosi finanziamenti in sinergia pubblico – privato. Un incredibile salto da quando nel 1953 gli scienziati Crick e Watson capirono il funzionamento nelle cellule del DNA e RNA. Se il DNA è presente nel nucleo di tutte le cellule, di cui porta il codice genetico, l’RNA si trova sia nel nucleo sia nel citoplasma e partecipa direttamente alla sintesi delle proteine. Qui si lega la risposta delle cellule umane all’inoculazione di parte del virus che innesca la reazione del sistema immunitario contro il Covid-19. Un capolavoro di tecnologia genetica su cui si basa la funzione dei vaccini prodotti da BioNTech – Pfizer, Moderna e la tedesca CureVac. Tra gli altri vaccini autorizzati ci sono quelli inglesi di AstraZenica, il russo Sputnik V della Gamaleya e il cinese CanSinoBIO, basati sulla tecnica del vettore virale. Infine, al momento abbiamo anche i cinesi Sinopharm e Sinovac, entrambi basati sulla “vecchia” tecnica della somministrazione di virus inattivato, tipo il classico vaccino antinfluenzale per intenderci.

Se questo è l’aspetto scientifico della faccenda, l’altro è di natura geopolitica. La corsa al vaccino ha scatenato una guerra industriale tra i colossi di “Big Pharma” per ricevere i fondi pubblici messi a disposizione dagli stati per la ricerca e assicurarsi commesse miliardarie per la produzione. La fornitura dei vaccini è diventato oggetto di contesa tra USA, Unione Europea, Gran Bretagna, Cina e Russia, ognuno nel tentativo di difendere le proprie zone di influenza, ma non sono mancati i colpi bassi.


Sovranismo farmaceutico e zone d’influenza strategica.

Nella faccenda si sono intraviste due tipi di strategie. La prima è il modus operandi della Gran Bretagna che ha sfruttato la “Brexit” per saltare i passaggi burocratici dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) e dedicarsi alla campagna di vaccinazione dopo accordi commerciale diretti con le società farmaceutiche. In particolare, il vaccino di AstraZeneca è stato oggetto del contendere tra Londra e Bruxelles. Il CEO Pascal Soriot ha dichiarato che gli inglesi avevano diritto alla priorità di forniture rispetto all’UE poiché hanno firmato il contratto prima. Ma quello che soprattutto ha adirato la commissaria europea alla Salute Stella Kyriakides è il fatto che la Gran Bretagna abbia ricevuto forniture del vaccino AstraZeneca prodotto negli stabilimenti europei, quando la società si era rifiutata di deviare qualsiasi fornitura da due fabbriche inglesi per compensare la carenza dell’unità produttiva in Belgio. Bisogna considerare i diritti di acquisto concordati dall’UE, la Commissione Europea infatti pagherà ad AstraZeneca un importo fisso di 336 milioni di Euro, quale stima dei costi iniziali. Questa cifra serve a finanziare la produzione delle dosi da contratto (reso pubblico dopo la minaccia di querelle il 29 gennaio), ma l’azienda ha comunicato un taglio del 60% della fornitura, da 80 a 31 milioni di dosi.

Anche BioNTech – Pfizer ha inizialmente tagliato un terzo delle dosi destinate agli europei perché gli USA ed Israele le hanno pagate un prezzo più alto e sono stati forniti prima. L’UE infatti ha negoziato un accordo con il quale si assicura un risparmio di 10 dollari in meno per dose rispetto al prezzo pagato dagli americani. Ma, quando il sistema produttivo è andato in difficoltà, la società ha applicato la legge di mercato, disquisendo se il contratto fosse siglato per dose anzichè per flacone! Ad ogni modo, qui si pone una questione etica, perché l’impegno pubblico è stato essenziale nello sviluppo del vaccino. Senza questo sostegno non solo non si sarebbe arrivati all’antidoto in tempi brevi e le case farmaceutiche non avrebbero avuto garanzia di remunerazione, dato che i vaccini non hanno mai molto margine di profitto. 

Nel dubbio di penuria di vaccino, l’Ungheria del poco raccomandabile Orban sì è rifornita di Sputnik V dalla Russia. E proprio i russi hanno colto la palla al balzo per tornare ad essere influenti sulla scena europea, trovando una porta aperta in Germania: se l’EMA dovesse dare il via libera allo Sputnik V, Angela Merkel ha dichiarato che si può sedere al tavolo con Gamaleya. Chi invece è molto avanti nella “diplomazia del vaccino” è la Cina, desiderosa anche di riabilitarsi agli occhi dell’opinione pubblica mondiale che l’hanno vista la responsabile principale della pandemia (ma è ancora da dimostrare che il Covid-19 sia nato proprio a Wuhan). In questa contesa strategica, i cinesi sono in vantaggio in tutta l’Asia, Africa, America Latina e pure Turchia e Brasile. Anche nei Balcani, dove l’azienda farmaceutica di stato Sinopharm ha fornito un milione di vaccini alla Serbia dimenticata da Bruxelles. Sinopharm, SinoVac Biotech e CanSino Biologics hanno ricevuto ordinativi da governi di tutto il mondo, in particolare il siero cinese viene acquistato da quei paesi impossibilitati a ottenere i vaccini difficili da conservare con la “catena del freddo”, oppure più costosi. La Cina ha subito aderito al COVAX, il programma dell’OMS per distribuire vaccini ai Paesi più poveri e inoltre ha offerto prestiti per un ammontare di un miliardo di dollari ai paesi dell’America Latina e dei Caraibi per l’acquisto di vaccini. Nel frattempo India, Sud Africa e un altro centinaio di Paesi hanno proposto all’OMS di sospendere i brevetti e i diritti sui vaccini Covid-19 per permettere a tutti i laboratori – che hanno la tecnologia e la competenza necessaria – di produrli. Una nobile iniziativa perorata da intellettuali e think thank come l’autorevole quotidiano Financial Times, peccato si siano opposte tutte le grandi economie del Pianeta, a partire dall’Unione Europea. Non a caso, nonostante gli scontri con “Big Pharma”, nel bilancio UE sono previste altre sovvenzioni alle case farmaceutiche. Allo stesso tempo, però si allarga la fronda degli europarlamentari – da ogni schieramento politico – che sta facendo pressione a Ursula von der Leyen per la liberalizzazione dei brevetti, consci che la ripresa economica passa dall’immunizzazione del maggior numero di persone nel più breve tempo possibile.

Clicca e scopri gli altri articoli della rubrica OFF TOPIC

0 Shares:
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You May Also Like