Una discussione tra Kant e Popper sul blocco dei licenziamenti per Covid


Se c’è una frase di Aristotele che non mi aveva convinto è quella citata nella Metafisica secondo cui “la filosofia non serve a nulla… ma sappi che proprio perché priva del legame di servitù è il sapere più nobile”.

Da studente di liceo mi ero da subito appassionato alla materia e questo assioma proferito da uno dei fondatori della filosofia occidentale (insieme al suo “maestro” Platone e all’ “etico” Socrate) mi dava la fastidiosa sensazione che si ha quando un “papà” parla male dei propri figli.

Il fastidio però non è diminuito con il tempo quando, con qualche pelo in più sulla faccia e una tazza di thé nella mano, mi sono ritrovato a leggere Hiedegger che rintuzzava la dose sostenendo che il ruolo che un tempo era stato quello della filosofia oggi è stato assunto dalle scienze, dalla (onnipresente) psicologia, dalla logica, dalla politologia, dalla cibernetica, rendendo quindi ancor più negativo il giudizio sulla mia materia preferita (perlomeno ai tempi del liceo).

Ma è stato lo stesso Hiedegger a farmi ricredere su di lui, su Aristotele (oltre che sul fatto che non ero poi così bravo come pensassi in “filosofia”) quando ci (mi, n.d.r.) spiega che seppure “noi” non possiamo farcene nulla, è la filosofia che, in ultima analisi, è in grado di fare qualcosa di noi.

D’altronde che la filosofia possa esserci utile, lo dicono le stesse selezioni del personale. Sempre più spesso in una era così digitalizzata, troviamo annunci di grandi aziende in cui l’HR richiede di selezionare laureati in filosofia e ciò perché il “sapere pensare” in senso critico e dialettico (che poi è un termine sinonimico della radice etimologia della filosofia come “amore di conoscenza”) è, forse, la miglior attitudine che può, oggi, poter fare la differenza.

Non è un caso che Mark Cuban, imprenditore americano dalle umili origini (il padre era un tappezziere) e che è arrivato a vantare un patrimonio personale da 4 miliardi di dollari, suggerisce di studiare filosofia per avere “un futuro”. Non dimentichiamo che Sergio Marchionne, Chicco Testa e Ted Turner (fondatore della CNN), si sono tutti laureati in filosofia.

Chiarita quindi l’importanza della filosofia o, perlomeno, la capacità dei filosofi di “immergersi” nel reale, continuo questo felliniano amarcord dei tempi del liceo, ricordando che se c’è una cosa su cui riconosco di avere un imprimatur indelebile (anche per gli anni a seguire) sulla filosofia è che ho sempre immaginato le disquisizioni filosofiche come un (accesso) dibattito all’interno di un agorà in cui partecipavano simultaneamente e contemporaneamente filosofi vissuti in epoche molto distanti.

Una sorta di “parlamento” dove disquisivano contemporaneamente Eraclito ed Eco, da un lato, Chomsky e Pitagora, dall’altro. Mi sono chiesto anche il perché di questo annullamento temporale tra  filosofi di epoche così lontane tra loro, dandomi due diverse spiegazioni: una più alta (che si fonda sul principio di “Hieddeger”) e, cioè, che la filosofia, avendo un’anima propria, è in fondo un messaggio che, per quanto diverso – o opposto – dal precedente, viene passato da filosofo a filosofo come il testimone in una staffetta ad ostacoli legando tutti l’uno con l’altro, uno più basso (o “volgare” nel senso etimologico del termine) che si fonda sul fatto che proprio il libro di filosofia del liceo era diviso in capitoli dedicati a ciascun filosofo e questa vicinanza spaziale (o meglio “tipografica”) annullava la coordinata temporale rendendo simultaneamente presenti nello stesso momento pensatori distanti secoli e secoli (ma avvicinati magari da un paio di dozzine di pagine e da un paio di sottolineature).

Ora questa agorà di filosofi così diversi tra loro mi è sembrata molto vicina all’acceso dibattito in tema di (eventuale) proroga del divieto dei licenziamenti.

Ricordiamo bene il 17 marzo 2020, data di entrata in vigore di una disposizione fino ad allora sconosciuta nel nostro ordinamento e cioè l’impossibilità per i datori di lavoro di recedere dal rapporto con i propri dipendenti.

Fatte salvi alcune ipotesi (recesso per motivi disciplinari, per mancato superamento del periodo di prova etc.), lo “Stato” ha dogmaticamente deciso che l’emergenza sanitaria dovuta alla epidemia da Covid-19 potesse/dovesse essere un motivo “giustificabile” per “inibire” il potere datoriale di licenziare.

A fronte di tale divieto, lo “Stato” ha messo in campo alcuni ammortizzatori sociali (Cassa integrazione, FIS etc.) per gestire (o meglio controllare) il divieto che – per usare un termine volutamente eccessivo ma coerente con lo spirito di questo pezzo – in modo marxista (e sì perché ricordiamoci che anche Karl Marx era prima di tutto un filosofo) ha impedito agli imprenditori di estinguere il rapporto di lavoro con il proprio personale.

Nonostante l’eccezionale emergenza sanitaria determinata dalla epidemia da Covid-19, il principio di inibire il potere datoriale di “licenziare” non è affatto banale. In questa sede non voglio impegnarmi in complicate valutazioni sui principi costituzionali in gioco, ma basti dire che in uno stato democratico in cui l’iniziativa economica privata è libera, la decisione – nell’ormai lontano marzo 2020 – di “bloccare” i licenziamenti appare certamente corretta ma per nulla scontata.

Ma torniamo alla nostra agorà di filosofi o meglio alla nostra tribuna in cui oggi si discute se prolungare o meno il divieto di licenziamento.

Mi sembra che possano potersi rinvenire due posizioni: coloro che sostengono che il divieto di licenziamento si debba prorogare in forma integrale e coloro che, invece, ritengono che debba farsi perlomeno un distinguo tra le attività imprenditoriali che continueranno ad essere “chiuse” e per cui dovrà essere prorogato il divieto di recesso datoriale (previo “supporto” di ulteriori ammortizzatori sociali) e le attività che, invece, hanno ripreso e riprenderanno a operare e che non avrebbero quindi alcuna ragione di vedere ulteriormente limitata la propria capacità di riorganizzarsi anche attraverso delle ristrutturazioni aziendali.

Volendo traslare questo delicatissimo dibattito nella nostra agorà filosofica potremmo dire che il “capo fila” di coloro che vorrebbero vedere prorogato così come è il divieto di licenziamento sarebbe Kant che, come rappresentante dell’idealismo gnoseologico, affermerebbe che la soluzione al problema dovrebbe fondarsi su criteri definiti a priori, in altre parole licenziare è sbagliato perché in un epoca dell’emergenza bisogna salvaguardare i posti di lavoro a prescindere.  Una mano a Kant (qualora ne avesse bisogno) sarebbe anche data da Platone che ha sempre criticato la tesi sofistica e relativista per tentare una ricostruizione di un sistema che rendesse possibile una conoscenza certa, e quindi una qualche forma di verità assoluta (licenziare è sbagliato in quanto non etico). 

D’altra parte vedrei Popper che, con le sue riflessioni sulla cd. società aperta, riterrebbe che (considerato che una società deve essere legata al relativismo inteso come rifiuto di ogni verità ritenuta assoluta) bisognerebbe procedere ad una “distinzione”, non essendo più motivabile un divieto “assoluto” di licenziamento.

Infatti Popper, in contrasto con la visione materialista, probabilmente riferirebbe che “ogni verità” deve essere valutata nell’epoca storica che la produce. Se quindi un anno fa poteva essere ragionevole e condivisbile vietare tutti (o quasi) i licenziamenti, ormai bisogna prendere atto della situazione e lasciare di nuovo la possibilità agli imprenditori di organizzarsi e alle parti sociali di confrontarsi, anche per due ulteriori ordini di ragioni: i) prorogare il problema non risolve il problema; ii) prima o poi si dovrà fare fronte al costo degli ammortizzatori sociali e con un debito pubblico impazzito bisogna in qualche modo tamponare la situazione per evitare che la barca affondi.   


In questo acceso dibattito, cui io parteciperei da mero uditore, ed in cui nessun pensatore darebbe ragione all’altro, immagino però un altro dei miei filosofi preferiti, il mirabile Luciano De Crescenzo, che all’orecchio mi sussurrerrebe una sua verità (questa sì assoluta e che potrebbe far impallidire anche Aristotele) “solo gli imbecilli non hanno dubbi. Ne sei sicuro? Non ho alcun dubbio”.

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