Smart working, Recovery Fund e mobilità urbana. La sfida di Milano e dell’Italia ai tempi della pandemia secolare.

Mobilità e smart working. Com’era prima? Cos’è cambiato con l’epidemia Covid-19? Qual è il futuro delle nostre città?

Martedì 27 Ottobre, ne parleranno in una tavola rotonda virtuale, moderati da Luca Brusamolino, ospiti internazionali del calibro di Philip Vanhoutte (pioniere dello Smart Working) e James Thoem (Managing Director di Copenaghenize) e figure italiane di spicco come Marco Bentivogli, Serena Righini, Paolo Manfredi, Tommaso Nannicini, Vito Roberto Palmiotti.

A giugno, il sindaco di Milano Beppe Sala ha fatto una dichiarazione con un video sui suoi social – <<A mio giudizio è il momento di tornare a lavorare>> – che non è mancata di suscitare polemiche. Evidentemente un’uscita infelice, come se i dipendenti, tra cui i suoi dell’amministrazione meneghina, fossero stati in vacanza, nonché letta come avversa allo smart working. Il sindaco, così come Confcommercio, si preoccupava che il centro non si trasformasse in una città fantasma. Ma, è bene ricordare, in una realtà come Milano che ospita più di 100 coworking, lo spopolamento è stato causato dalla pandemia Covid-19 e non dal lavoro da remoto.


Proprio in merito all’amministrazione pubblica, Cristina Tajani, Assessore a Politiche del lavoro, Attività produttive, Commercio e Risorse umane, ha fornito recentemente dei risultati interessanti sullo smart working. Nei mesi del lockdown forzato sono stati sottoposti a un’indagine gli 8 mila dipendenti del Comune, con riscontri molto positivi e, insieme al Politecnico, è stato costruito un modello che consenta di incrociare i dati dei flussi sugli spostamenti dei cittadini. Ad esempio, quelli sui mezzi pubblici con i dati forniti dalle aziende sulla presenza dei lavoratori negli uffici in modo da poter monitorare la mobilità urbana.

Ecco che adesso arrivati all’autunno e con il rischio di nuove chiusure per la seconda ondata di contagi da Covid-19, per quando mirate e/o limitate, si ripresenta il dilemma di come tenere insieme attività economiche, prevenzione sanitaria e libera circolazione. In questa partita entrano in gioco due strumenti fondamentali: lo smart working e il recovery plan della Commissione Europea.

Del primo conosciamo rischi e opportunità e le differenze tra quello propriamente detto – regolato dalla normativa sul lavoro agile L. 81/2017 – e il remote working più o meno improvvisato in seguito alla quarantena (con tutto quello che ha comportato il lavoro da casa). Del secondo, il fondo istituito dall’Unione Europea con titoli comuni europei a finanziamento della ripresa di tutti i Paesi – in particolare l’Italia tra i più colpiti spetterebbero 209 miliardi di euro – se ne parla quotidianamente come il nuovo “Piano Marshall”.

Non entriamo qui nel dibattito su come usare i miliardi del Recovery Fund, ma proviamo a pensare quello che potrebbe essere il contributo che un investimento in mobilità urbana rappresenterebbe per l’Italia: l’occasione storica di ripensare i nostri centri più popolosi. Le città metropolitane, attraverso l’ANCI, hanno già avanzato al governo la richiesta di coinvolgimento nella scelta della destinazione di questi fondi.

A livello territoriale sono avvertiti come prioritari gli investimenti in infrastrutture moderne, sia di trasporto che digitali, funzionali per un ulteriore sviluppo. È una partita da non fallire per tenere insieme i pilastri del nuovo indirizzo politico dell’Unione Europea: inclusione sociale, mobilità sostenibile, riduzione dell’inquinamento. O si vince, o si perde tutto.

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