Smart working e cambiamento delle abitudini alimentari

Articolo di Luca Brusamolino su Newsfood.com

Boris Johnson era stato solo l’ultimo in ordine di tempo ad invitare i suoi cittadini a tornare in ufficio. Prima del capo del governo, il sindaco di Londra Sadiq Khan aveva espresso il timore che tante attività come caffè, pub e ristoranti potessero chiudere senza gli impiegati che li frequentano in pausa pranzo.

E già a giugno anche Beppe Sala, sindaco di Milano, si muoveva contro lo smart working con un video sui suoi social – <<A mio giudizio è il momenti di tornare a lavorare>> – suscitando non poche polemiche. Un’uscita infelice, come se i dipendenti, tra cui i suoi dell’amministrazione meneghina, fossero stati in vacanza. Evidentemente Sala, così come Confcommercio, sono preoccupati che il centro si trasformi in una ghost town.

D’altra parte basta digitare su Google le parole chiave “Milano + smart working + ristoranti” e appariranno una serie di articoli o video su come il lavoro da remoto abbia cancellato la pausa pranzo, dai Navigli al “quadrilatero della moda”. 

Il titolo è quasi sempre il solito: Lo smart working manda in crisi bar e ristoranti.

Ora è vero che il centro delle città soffre, dopo che per decenni le politiche urbane vi hanno accentrato funzioni e servizi (e anche tanto traffico), ma allo stesso tempo ci sono due fenomeni legati all’alimentazione che potrebbero trovare slancio.

Il primo si inserisce in un più ampio ripensamento delle periferie dove favorire lo sviluppo di una ristorazione di prossimità. Magari svincolata da logiche “fast food” – per il turista e per l’impiegato che ha una breve pausa pranzo – e più orientata alla qualità.

Per smart working non s’intende semplicemente lavoro da casa, ma “da remoto”, è solo una modalità flessibile e si può lavorare in qualsiasi ambiente compatibile con la propria mansione. Tra l’altro Milano è la città d’Italia con il maggior numero di coworking. Magari migliaia di impiegati non usciranno più di casa la mattina, ma forse avranno più tempo per farlo il tardo pomeriggio o la sera, finendo comunque per consumare nei locali in altri orari anziché per il pranzo di lavoro.

Il secondo è più personale e nasce dalla riscoperta di un’alimentazione più salutare per chi elegge il proprio domicilio come sede di lavoro.
Non essere pressati dal dover uscire di casa per timbrare il cartellino in azienda è l’occasione per riprendere l’abitudine di fare una buona colazione, che contribuisce in maniera significativa ad aumentare gli apporti di minerali e vitamine utili. E magari riuscendo a consumare di più anche spremute e frutta fresca.

Slegato dai ritmi dell’ufficio, lo smart working può essere un’opportunità per dedicare maggiore attenzione alla preparazione di cibi nel rispetto delle nostre tradizioni mediterranee.

Qualcuno inoltre scoprirà i vantaggio di aderire a un Gruppo d’Acquisto Solidale per rifornirsi di prodotti a km zero, facendo del bene anche all’ambiente. Quindi il lavoro da remoto non sarà la causa di chiusura per le attività legate alla ristorazione, ma anzi potrebbe essere di aiuto a ricucire la frattura centro/periferia, che affligge quelle città dove la logica della gentrificazione* ha rivoluzionato il tessuto urbano.

Di questo i sindaci di Milano o Londra dovrebbero preoccuparsi, dato che nei centri delle loro città ormai ci vive solo chi può permetterselo.

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