Periferie e mobilità. Come lo smart working può aiutare ad affrontare due criticità del moderno vivere urbano.

Urbanizzazione, periferie, mobilità e smart working. Com’era prima? Cos’è cambiato con l’epidemia Covid-19? Qual è il futuro delle nostre città? Martedì 27 Ottobre, ne parleranno in una tavola rotonda virtuale, moderati da Luca Brusamolino, ospiti internazionali del calibro di Philip Vanhoutte (pioniere dello Smart Working) e James Thoem (Managing Director di Copenaghenize) e figure italiane di spicco come Marco Bentivogli, Serena Righini, Paolo Manfredi, Tommaso Nannicini, Vito Roberto Palmiotti.

Ormai indistinguibili nel paesaggio urbano, non esistono più le borgate descritte da Pier Paolo Pasolini nel romanzo Ragazzi di vita. Però le borgate di allora sono diventate le odierne periferie delle grandi città italiane, con un carico di problemi anche peggiore. Agglomerati di dormitori da cui ogni giorno migliaia di persone si muovono verso il centro, là dove per decenni le amministrazioni hanno perseguito logiche di aggregazione di funzioni direzionali.

E ancora dalle città satelliti verso il “cuore” della metropoli. Così, in Italia come in altri paesi europei, ci troviamo le aree urbane congestionate e le periferie prive di servizi nonché simbolo di esclusione sociale. 

Poi è arrivata l’epidemia di Covid-19, il lockdown, i centri cittadini diventati città fantasma e i lavoratori confinati in periferia in smart working. Da qui è emerso che abbiamo due necessità: la prima è un ritorno all’insediamento abitativo nei quartieri centrali, dai quali le persone sono state progressivamente espulse da logiche di gentrification e destinazione di appartamenti ad uso affitto breve per Airbnb. La seconda è la ricostruzione di una rete di prossimità nei quartieri periferici lasciati progressivamente senza servizi.

Alcuni dati per Milano sono già stati diffusi a settembre e incrociandoli notiamo che il tasso di disoccupazione in città è salito al 7,2% contro il 5,9% pre-Covid accompagnato ad una disponibilità record di alloggi in affitto: +290% rispetto a un anno prima. 

In definitiva, occorre cogliere la risposta all’emergenza sanitaria per ripensare anche la metropoli sotto diversi aspetti. La scelta di uno smart working diffuso, abbiamo visto aver impattato non solo sulla vita individuale, bensì sull’identità stessa della città, sulla vita nei quartieri, sull’economia, sugli spostamenti, sulla qualità dell’aria.

E sul “lavoro agile” bisogna puntare perché questo è ormai il paradigma su cui saranno basate le organizzazioni. Lo ha sottolineato il Ministro della Salute Roberto Speranza: <<lo smart working dovrebbe diventare la forma ordinaria di lavoro in tutto il Paese. Punto cruciale è la sicurezza nei mezzi di trasporto pubblico e il loro rafforzamento>>.    

L’agire politico rispetto al “ripensare la città” deve basarsi su strategie di adattamento se non addirittura di resilienza. La mobilità urbana entra quale tema cardine nella discussione sul progetto di una ripresa economica più smart e sostenibile.

L’attenzione è posta sia nella dimensione dello spazio che in quella del tempo: immaginare la metropoli del futuro nel suo rapporto tra i quartieri e centro/periferia basandoci sull’idea che una città è vivibile se una persona ha tutti i servizi in 15 minuti a piedi. Infatti, il concetto di 15-Minutes City indica la strategia della moderna città inclusiva per tutti. 

Molte metropoli ci stanno lavorando, da Parigi a Milano appunto, la concezione è quella di una metropoli che possa avere servizi accessibili ai cittadini nell’arco di uno spazio ridotto. Significa una dislocazione diversa dei servizi pubblici ma anche un’idea diversa delle attività commerciali, con attenzione per i negozi di prossimità.

E ancora, la riqualificazione dei mercati comunali coperti come spazi ibridi non solo dediti al commercio, ma che ritornano a essere spazi di socializzazione, ciascuno a servizio di un quartiere. Un quartiere vivo anche grazie agli smart workers che lo popolano.

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