Natura urbana contro il cambiamento climatico: il progetto “ForestaMi” del Comune di Milano

Lo scenario che abbiamo di fronte quando parliamo delle metropoli contemporanee è quello di una spinta all’urbanizzazione sostenuta dalla crescita della popolazione mondiale. Tale spinta ha rotto l’equilibrio con la natura, esercitando una pressione insostenibile verso gli ecosistemi.

Dobbiamo riflettere sul fatto che le città sono il contesto dove si colloca oltre la metà della popolazione mondiale, in Europa addirittura siamo al 75%. L’urbanizzazione è un trend affermato, una pressione antropica favorita dal decennale accentramento nei capoluoghi di funzioni amministrative, economiche e sociali.

Quindi, per la resilienza al cambiamento climatico, la città è una “frontiera” sia in termini di adattamento che mitigazione. Il tessuto urbano è responsabile del 70% delle emissioni di CO2 in atmosfera e allo stesso tempo il primo luogo a subire gli effetti dei mutamenti del clima.

La presenza delle aree verdi nelle città gioca quindi un ruolo sempre più importante, non è semplice tassello urbanistico, ma spazi con una funzione strategica.

Un report del Centro Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici, hub italiano per la raccolta dei dati per IPCC, focalizzato sull’Italia, ha evidenziato due dati interessanti: nelle zone urbane si prevede un aumento di temperatura tra i + 5 e i +10 gradi entro cento anni e un evento meteorologico su dieci rischia di essere classificato come “evento estremo”.

Già oggi gli impatti distruttivi sono sotto gli occhi di tutti, pensiamo ai recenti fatti di cronaca quali ondate di caldo, trombe d’aria o allagamenti. Bastano questi due dati per capire che le città sono e saranno le vittime del surriscaldamento del pianeta.

Per quando riguarda Milano, ad esempio, secondo la mappa del rischio idrogeologico pubblicata dall’Ispra, la cementificazione nella città metropolitana ha esposto alla possibilità di alluvioni più di 100mila persone (tra l’altro il fiume Seveso lo ricorda puntualmente).

Quindi, come le aree verdi possono mitigare tutto questo? Le città, al centro del problema, possono anche essere parte della soluzione.

La “natura urbana” offre un argine agli eventi estremi. Con i sempre più frequenti acquazzoni dove cade molta pioggia in poco tempo, le fognature si saturano velocemente e i depuratori smettono di funzionare, ecco che la natura urbana aumenta la capacità di ritenzione dell’ambiante.

Per esempio, un “tetto verde” sulle abitazioni aumenterebbe la capacità di ritenzione della copertura del 30%. Ovvero, anche una grande quantità improvvisa d’acqua scenderà nel sistema fognario in maniera rallentata.

Altri esempi sono l’aumento dell’alberazione nelle vie e la riduzione delle superfici impermeabile di asfalto: è la mitigazione dell’effetto “isola di calore” con attenuazione delle radiazioni solari.

Ad un livello più alto c’è poi il miglioramento dell’efficienza complessiva degli ecosistemi. Un ecosistema con maggiore biodiversità assorbe più CO2, gestisce meglio i cicli del carbonio, dell’azoto e del fosforo, infine resiste meglio alle manifestazioni dei cambiamenti climatici. 

Ecco così che si rende necessaria una riflessione sulle politiche urbane e la pianificazione urbanistica – dove è necessario fare un salto sia culturale che di legislazione – per non considerare la natura urbana solo un elemento decorativo.

In quest’ottica è interessante il progetto del Comune di Milano che si chiama ForestaMi e raccoglie fondi da imprese e cittadini da destinare alla forestazione, un progetto pensato in un’ottica sistemica dove non si lavora solo su un singolo parco, bensì tutta la natura della Città Metropolitana.

Nel caso citato, ForestaMi punta a piantare 3 milioni di alberi entro il 2030.

L’idea è che la natura urbana se ragionata in chiave corretta di “benefici ecosistemici” può diventare un alleato nella resilienza ai cambiamenti climatici. Non più voce di costo del bilancio per la manutenzione del “verde”, ma una voce economica completamente diversa.

Si tratta di capitalizzarne i benefici, ad esempio ragionando in crediti di carbonio generati dall’assorbimento di CO2 (l’UE punta ad una riduzione delle emissioni del 55%) o minori danni da eventi estremi.

Anche Milano dovrà farci i conti, vale la pena pensare già da ora alla mitigazione degli effetti.

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