Licenziamenti: che fare?

Mai come in questi giorni chi ha a che fare con il mondo del diritto del lavoro e delle relazioni industriali apre, ogni mattina, il “giornale” (ormai virtuale) con la speranza di “capire” il destino proprio e altrui.

Nessuno peraltro ambisce ad avere doni di preveggenza su orizzonti temporali ampi, ma più modestamente, ci si accontenterebbe di immaginare cosa potrebbe accadere nelle successive settimane o addirittura, nei mesi seguenti.

Le ragioni dell’incertezza e della difficoltà del mondo HR sono palesi: il Covid-19 sta mettendo in crisi (tra gli altri), un sistema economico quasi fosse un evento bellico.

La distruzione, nel nostro caso, passa, non attraverso l’utilizzo delle bombe, ma attraverso mine sociali e sanitarie che vanno ad estirpare le radici del tessuto imprenditoriale, portando con sé la desertificazione di un terreno economico ed industriale che, almeno per quanto riguarda il nostro Paese, era già piuttosto inaridito.

Nessuno in realtà sa fin quando durerà questa emergenza ed è per questo che i provvedimenti governativi e legislativi tendono (comprensibilmente) a succedersi in modo affastellato nel tempo, anche se in alcune occasioni in modo piuttosto distonico oltre che affannato.

Vi è il bisogno di una sorta di “diapason” normativo che possa offrire a tutti una frequenza legislativa unica, per poi permettere agli strumenti presenti intorno di accordarsi in modo da far suonare armonicamente l’intera orchestra. 

Se così non fosse si rischierebbe di “steccare” malamente.

Prendiamo l’esempio dei licenziamenti. La domanda amletica che tutti noi ci stiamo ponendo è tanto semplice nell’esposizione quanto tormentosa nella risposta: “Quando si potrà licenziare?”.

È inutile adottare comportamenti ipocriti, ognuno di noi sa bene che una volta finito il “blocco” si inaugurerà una stagione difficile e complicata per le relazioni sindacali, ma soprattutto per le aziende in difficoltà e per i lavoratori che saranno espulsi dal ciclo produttivo.

È ovvio e condivisibile che il Governo e il Parlamento, alla luce della crisi epidemiologica in corso, abbiano da un lato “bloccato” i licenziamenti e che dall’altro abbiano offerto degli ammortizzatori sociali. 

Ma per chi vive la quotidianità del mondo HR l’impressione, almeno dal mio punto di vista, è che vi sia una diga di tortuosi problemi che si sta riempiendo sempre più, ma che prima o poi tracimerà determinando una sempre più pericolosa alluvione.

Possiamo comprensibilmente “rimandare” il blocco dei licenziamenti il più possibile, ma dobbiamo essere consapevoli che questa scelta non risolve i problemi.

È anche condivisibile che in questa situazione lo Stato intervenga keynesianamente offrendo gli strumenti per attutire la crisi che stiamo attraversando (concedendo nella sostanza ammortizzatori sociali in “cambio” del blocco dei licenziamenti), ma ciò non dovrebbe esaurire il compito pubblicistico. Quello che il mondo del lavoro chiede sono stanzialmente altre due cose: certezza e soluzioni strutturali di medio lungo periodo. Lungimiranza, dunque, anche e soprattutto in un contesto come quello che ci vede oggi protagonisti.

Certezza, in quanto è inutile che la disciplina sul blocco dei licenziamenti (così come quella sugli ammortizzatori sociali, sui contratti a termine, sullo smart working etc.) venga continuamente prorogata o rinnovata.

Bisogna avere il coraggio di adottare delle scelte anche impopolari. Ad esempio, proprio sul blocco dei licenziamenti, il Governo sembrerebbe ieri avere fissato la (nuova) scadenza al 31 gennaio 2021, ma le Organizzazioni sindacali avevano richiesto un termine più lungo. A prescindere da cosa sia giusto (a seconda dei legittimi e diversi punti di vista), è fondamentale che si prenda una posizione netta e per quanto possibile certa. E ciò perché nel frattempo le aziende devono fare programmi, definire alternative e tutto ciò non può essere sempre rifatto o riformulato, perché rimodificare i piani significa perdere ancora altro tempo e risorse.

Capisco bene che è difficile, ma quello che ci si aspetta sono scelte coraggiose da parte di tutti, governo, parlamento, sindacati, lavoratori e imprese. Nessuno si deve tirare indietro dalla proprie responsabilità, ma il minimo comun denominatore deve essere il coraggio di decidere e la coerenza di portare avanti le proprie scelte.

È arduo, ma ce la dobbiamo fare.

Se ci si aspetta la “scadenza” del blocco sia effettivamente quella del 31 gennaio, tale decisione deve essere rispettata, ma non bisogna assolutamente adottare la “tecnica” del (pericoloso) gioco dell’oca, con cui, all’inizio del prossimo anno, si adotterebbe un’ulteriore proroga che ad oggi sembra essere stata sostanzialmente già prevista da alcuni. Non ci scordiamo che proprio nel gioco dell’oca il lancio dei dadi è imprevedibile e tirarli una volta di troppo potrebbe farci tornare molto più indietro.

Quanto all’aspetto inerente le soluzioni strutturali di medio lungo periodo, il mondo del lavoro si aspetta, oltre al blocco dei licenziamenti, qualcosa di ben diverso: e cioè risorse economiche da “investire” sui mezzi (oggi nella sostanza la digitalizzazione) e sul capitale umano. Vero è che alcune soluzioni sono già sul tavolo (la più interessante mi sembra essere quella degli sgravi contributivi per i neo assunti under 35), ma molto c’è ancora da fare.

Nel secondo dopoguerra è stato adottato il Piano Marshall che ha permesso al nostro Paese di ricominciare portandoci anche agli anni del boom economico. Dobbiamo fare la stessa cosa oggi e non dobbiamo avere paura di vedere le cose per quello che sono: stiamo combattendo una battaglia con un nemico invisibile e la dobbiamo vincere.

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