La transizione ecologica e i suoi dilemmi

Il nuovo governo a guida Mario Draghi ha individuato tre ministeri chiave per il piano nazionale di gestione del Recovery and Resiliance plan.

Il primo è Vittorio Colao all’Innovazione tecnologica e transizione digitale, poi Enrico Giovannini – l’economista che per primo in Italia ha parlato di sviluppo sostenibile – ai Trasporti e Infrastrutture e Roberto Cingolani per quello che era l’Ambiente. Diventato Ministro per la Transizione Ecologica, è quello che ha attirato più curiosità sulla sua figura per la sfida a cui è chiamato. Fisico, docente accademico, il 59enne ingegnere milanese è una figura con notevole notorietà scientifica, ma definirlo un “tecnico” non è proprio corretto. Ex manager di Leonardo, quindi Finmeccanica, è molto legato alla politica. Draghi gli affida la “transizione ecologica” che prevede le deleghe dell’ambiente e dell’energia e questo significa che dal suo ministero transiteranno una parte cospicua dei fondi del Recovery & Resilience Plan.

Potremmo immaginare che il neo ministro avrà a disposizione un bazooka in termini di budget in un momento storico in cui in Italia manca da decenni una vera politica industriale, ma non mancano grandi (e contrapposti) interessi dei “campioni nazionali”. Tuttavia, occorre sottolineare quanto il curriculum dell’ingegnere piaccia poco agli ambientalisti.

Cingolani, nel governo Draghi, abbiamo detto non ha etichetta di partito, ma sono consolidate le sue frequentazioni politiche. Se il Ministero per la Transizione Ecologica è stato voluto da Beppe Grillo e il Movimento Cinque Stelle, la sua nomina è da ricercarsi in Matteo Renzi e Italia Viva. Renzi lo aveva ospitato alla Leopolda in varie edizioni – l’ultima nel 2019 – e da premier lo aveva nominato all’Istituto Italiano di Tecnologie di Genova (Iit). Qui, sotto la sua guida, si è fatto ricerca su nanotecnologie, neuroscienze e robotica.

Cingolani arrivava a Genova dopo un’interessante carriera nazionale (Laboratorio Nazionale di Nanotecnologie di Lecce) e internazionale (Max Planck Institut di Stoccarda, docente all’Institute of Industrial Sciences in Giappone e alla Virginia Commonwealth University negli USA). E proprio la guida dell’Iit fu duramente criticata dalla biologa molecolare – e oggi senatrice a vita – Elena Cattaneo che lo accusò di una gestione poco trasparente dei fondi pubblici, nonché le procedure di accesso ai medesimi che non avrebbero seguito le procedure standard (per approfondimenti N.d.R.). 

Sempre all’Iit a guida Cingolani fu affidata da Renzi la progettazione del polo scientifico Human Technopole, sorto a Milano nell’area ex-Expo. L’ultimo incarico è stato di Chief Technology & Innovation Officer della Leonardo S.p.A., nominato a settembre 2019, dopo la chiamata dall’AD Alessandro Profumo (anche lui a sua volta nominato dal governo Renzi nel 2017). La Leonardo è la nuova denominazione assunta da Finmeccanica dal 2017 ed è la terza più grande impresa europea ad occuparsi di tecnologie militari, aeree, navali e spaziali.

Cingolani è nel mirino degli ambientalisti per alcune posizioni poco “green” assunte in passato. Nel 2018, intervistato per il magazine di ENI World Energy – nel n. 39 in un l’articolo dal titolo “Diversificazione delle tecnologie ed educazione al risparmio” – manifestò la sua perplessità sulle rinnovabili. A suo avviso, il gas restava nel medio e lungo periodo la risorsa più sostenibile al netto dei problemi di trivellazione e infrastrutture di trasporto (per approfondimenti N.d.R.). 

Le sue parole non lasciavano spazio all’interpretazione: << […] Le rinnovabili sono le energie meno impattanti ma bisogna fare investimenti e non risolvono tutti i problemi, soprattutto non sono utilizzabili in maniera continua come vogliamo e dove vogliamo>>.

E poi dubbi su fotovoltaico, eolico e idroelettrico, tutti troppo cari in termini di rapporto costo/watt e problematiche di ingombro. Infine, anche sui trasporti << […] siamo lontani dall’autonomia dei veicoli a benzina. Inoltre abbiamo un’altra limitazione importante: serve un’infrastruttura di ricarica, come i benzinai, da trovare ogni 30 km. Ma a differenza dei benzinai dove si fa il pieno in un minuto, la ricarica della batteria può portare via 40 minuti>>.

Insomma, non potevano non levarsi mugugni su chi poi è nominato all’Ambiente.

Se però di transizione ecologica si parla, da qualche parte Cingolani deve pur iniziare e qui è atteso al varco perché la transizione ecologica è una bella idea ma qualcuno deve essere convinto a sostenerne i costi d’investimento.

Nella sua prima dichiarazione ha detto che l’Italia tra dieci anni deve essere un paese modello di una nuova economia a basso impatto di emissioni nocive.

Ma il nodo è: tassare chi le produce, aumentando il costo del carbone e petrolio (le fonti energetiche ancora più convenienti) o dare sussidi all’uso delle rinnovabili.

Nel primo caso lo Stato incassa, ma la maggiore tassazione ricade sui prezzi e se sale troppo quello della benzina <<tutti smettono di essere green>> come ebbe a commentare Cingolani.

Insomma, un bel dilemma sull’ecosostenibilità e il ministro è chiamato a trovare la quadratura del cerchio.

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