La genesi dello Statuto dei lavoratori: una lezione mai stata così utile

La genesi dello Statuto dei lavoratori: una lezione mai stata così utile

1970 – 2020. Sono passati 50 anni. Inutile dire che nel mondo del lavoro sono cambiate molte cose: modelli imprenditoriali nuovi, diverse professioni, periodi di boom succedutisi a quelli (più numerosi) di crisi, politiche del lavoro che sono cambiate e sono tornate tanto da assomigliare di più a trend del settore della moda che a elementi essenziali per lo sviluppo del nostro Paese.

In questo arco di tempo così significativo in cui si sono succeduti i governi più diversi ed i Ministri del lavoro dai colori politici più disparati e (fatte salve alcune modifiche che, a distanza di qualche tempo, ritengo, da un lato, poco influenti, e dall’altro, meno riformatrici – e tantomeno innovatrici – di quanto si pensasse o di quanto si volesse far pensare) una cosa è sempre rimasta centrale e “fondante”: lo Statuto dei Lavoratori.

Lo Statuto dei lavoratori: la genesi

In queste poche righe non voglio riepilogare i contenuti di questa “Magna Carta” del diritto del lavoro italiano oppure affrontare il mai sopito e sempre attuale dibattito sulla necessità di fondare una nuova legge costituente sulle relazioni sindacali e sulla tutela del lavoro (molti parlano, ad esempio, della necessità di uno Statuto dei “lavori” alla luce della ingiustificata e ingiustificabile limitazione della “protezione” al solo lavoro subordinato essendo ormai anti-storica la contrapposizione con quello autonomo), ma alla genesi – o meglio alla “storia” intesa nel senso di racconto quasi epico – di questa legge.

Sì, perché tra i tanti meriti di questa normativa (tra cui voglio ricordare la limpida e encomiabile tecnica legislativa determinata dalla purezza ed essenzialità lessicale che dovrebbe essere d’esempio per l’attuale Legislatore) vi è certamente quello di avere dimostrato la capacità di noi italiani di trovare, in momenti di difficoltà, intese che sono riuscite a fondare il nostro futuro.

Lo Statuto dei lavoratori ha avuto l’indubbio merito di portare la Costituzione nelle Fabbriche (un termine che purtroppo si usa sempre di meno, ma che non dobbiamo avere paura di ricordare) e come la Costituzione è stato il frutto di un’ Assemblea costituente ricca di diversità e confronti accesi; lo Statuto dei lavoratori è stato generato da fattori e protagonisti assai diversi tra loro, ma che – alla fine – hanno determinato l’entrata in vigore di una legge che deve renderci tutti (e comunque) orgogliosi.

Lo Statuto: la nascita

La legge è del 1970 e tra i fattori extraparlamentari che, in quel periodo, hanno avuto sulla medesima un peso significativo sulla sua genesi vi sono da un lato, la stagione degli scioperi e delle lotte operaie (non dimentichiamo che nel dicembre del ’69 ci fu, alla fine di un aspro confronto, uno storico rinnovo del contratto dei metalmeccanici che prevedeva aumenti salariali eguali per tutte le categorie, la settimana lavorativa di quaranta ore e il diritto di organizzazione di assemblee in fabbrica) all’unisono con le manifestazioni studentesche, ma, dall’altro, il non meno importante Concilio Vaticano II che, nella gaudium et spes, ha sottolineato l’importanza del lavoro come realizzazione dell’uomo e non come modo di sfruttamento del più forte sul più debole (ed infatti la detta costituzione pastorale aveva coraggiosamente riconosciuto che «l’uomo infatti quando lavora, non soltanto modifica le cose e la società, ma perfeziona se stesso. Apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà, esce da sé e si supera…”).

Un momento storico di forti diversità tra gruppi (si sarebbe detto “classi”) in contrasto tra loro che può accomunarsi a quello che, cinquant’anni dopo, stiamo vivendo oggi in cui si affrontano orientamenti politici, sociali ed economici in opposizione tra loro.

In questo coacervo di difficoltà, il mondo del lavoro italiano di cinquant’anni fa è riuscito, con spirito costruttivo, a trovare una quadra che ne ha permesso il rilancio e, a mio avviso, ha garantito un sicuro argine (o, per usare, una parola oggi familiare alla cronaca un “vaccino”) nei confronti di coloro avrebbero voluto instillare il virus dell’odio e del terrorismo extraparlamentare in ampi strati della classe operaia.

Questo per ricordare a noi stessi che è necessario, oggi, trovare testi legislativi di ampia intesa e non di rottura che possano, ad esempio, in materia di ammortizzatori sociali, permettere di trovare “compromessi” e un futuro per la nostra società improntato sul confronto ed anche su uno scontro, ma sempre nel rispetto delle leggi e del prossimo.

Il Mondo del diritto del lavoro è, infatti, ricco di “compromessi” che, dal mio punto di vista, è una parola che non ha affatto una accezione negativa e che oggi più che mai deve essere cercata e ricercata.

Lo Statuto: i protagonisti

E, per tornare allo Statuto dei lavoratori del 1970, se ne erano ben accorti anche i protagonisti di quei tempi, perché (e forse questo è un altro insegnamento per il mondo di oggi) nonostante i conflitti intercorsi, hanno avuto sempre un’ottica dialettica e costruttiva (d’altronde questa cifra si riconosce dallo stesso Statuto che non nega, ma riconosce il conflitto, sforzandosi però di regolamentarlo e, al riguardo, basti pensare a quanto previsto dall’art. 28 in tema di condotta antisindacale).

Tra tutti i protagonisti dell’epoca voglio ricordare subito il Ministro socialista e sindacalista Giacomo Brodolini. Brodolini è uno che ha posto il suo dovere e i suoi principi anche prima di se stesso. Già nel 1956, quando era vice segretario della CGIL, era stato estensore di un documento che condannava l’invasione sovietica a danno del popolo ungherese e questa presa di posizione non fu affatto apprezzata dal PCI di Palmiro Togliatti che, nella sostanza, chiese ed ottenne un passo indietro della CGIL. Ma, ciò che più conta per questa “storia”, è che Brodoloni ben sapeva di essere ammalato, ma fino al giorno della sua morte ha cercato di portare avanti il “suo” (nostro) Statuto dei lavoratori. 

Tanto è vero che prima di morire, Brodolini riuscì, con un eccezionale slancio e volontà politica, a far istituire la Commissione tecnica, presieduta dal prof. Giugni (un gigante del diritto del lavoro italiano che è storicamente riconosciuto come il “padre” dello Statuto insieme allo stesso Brodolini che, secondo l’Avanti, ne è stato quello politico).  

Lo Statuto dei lavoratori fu poi fortemente voluto dal successore di Brodolini, il sindacalista della CISL Donat Cattin. Donat Cattin era certamente un democristiano piuttosto atipico, tanto da essere soprannominato il “Ministro dei lavoratori” per la sua attenzione al sociale e per la aperta ostilità ad una parte della imprenditoria dell’epoca.

Bene, in questo crogiolo di frizioni sociali, uomini dal passato e dalla formazione così diversa sono riusciti a portare alla luce lo Statuto dei lavoratori, peraltro in una votazione in cui il PCI, attraverso una scelta che, almeno oggi sembra quasi contraddittoria, decise di non votare (astenendosi) perché aveva considerato sostanzialmente insufficiente per alcun profili (come ad esempio l’estensione di alcune tutele solo alle aziende con più di 15 dipendenti).

Quali riflessioni ci lascia lo Statuto

Tutto questo ci offre un importante insegnamento a più livelli, ma soprattutto dovrebbe far riflettere politici, manager, sindacati e operatori HR che non è tempo di “questioni di principio” (che troppo spesso mi sento chiedere all’orecchio), ma di trovare soluzioni operative che possano farci uscire dalla crisi che ci sta colpendo, facendo sì che l’unico virus da combattere sia quello del Covid-19 e non quello delle inutili prese di posizioni e della ricerca dello scontro. 


E, forse, i “protagonisti” dello Statuto dei lavoratori avevano, a loro volta, imparato la lezione da Enrico De Nicola che, al momento di firmare la nostra Costituzione, ha detto: “l’ho letta attentamente, possiamo firmare con sicura coscienza”. La storia insegna e, ancora una volta, l’uomo deve imparare.

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