JOB TRIP_#8 Intervista a Federico Vigorelli Porro

Ciao Federico, ti chiedo gentilmente di presentarti e di raccontarmi della tua realtà lavorativa. Di cosa ti occupi?  Fai finta di star parlando con un bambino curioso piccolo esploratore alla ricerca del lavoro dei suoi sogni…Cosa gli racconteresti?

Mi occupo di sviluppo delle competenze in azienda: faccio formazione e consulenza alle aziende per sviluppare nel modo migliore le competenze delle persone interne, con un focus su due ambiti:

 • formazione dei commerciali delle aziende;

 • il mondo HR: aiuto le risorse umane a trovare modi innovativi per affrontare le sfide del momento; come ripensare al mondo del lavoro e ai processi di formazione.

Oltre a questo faccio formazione anche ai giovani: mi occupo di progettazione, formazione digitale e innovazione al master del sole 24 ore business school come docente.

Infine ci aggiungo una passione per lo studio, la ricerca e divulgazione su tutto ciò che è innovazione che poi mi ha portato a scrivere (durante la quarantena) un libro sull’innovazione della vendita che si chiama “smart selling”.

Quali sono stati gli eventi più significativi della tua carriera? Prova a ripercorrere la tua strada e a raccontarci cosa ti ha portato fino a qui…

Io vengo dal mondo della psicologia clinica, volevo fare il neuroscienziato e ho fatto il tirocinio in ambito clinico; ma ad un certo punto, pensando al mio futuro lavorativo, ho provare ad immaginarmi in due situazioni: una con il maglioncino in studio che intervisto, parlo e ascolto i miei pazienti oppure io in giacca e cravatta che entro in azienda e vado a fare consulenza. 

Di per sé questa seconda via mi ha attratto molto di più; questo esercizio mi ha portato a pensare quanto l’ambito clinico fosse interessante ma non facesse per me. 

Questo mi stava portando a cambiare indirizzo alla specialistica ma quando sono andato ad iscrivermi (in Cattolica) a Psicologia del Lavoro era l’ultimo giorno di iscrizione e non funzionava il terminale e così non sono riuscito a cambiare. 

Quindi alla fine ho fatto comunque la specialistica in Psicologia Clinica. 

In seguito tutti gli snodi significativi legati alla mia carriera, a parte l’entrata in Choralia dove lavoro da 10 anni, sono legati ad un momento di formazione e di esposizione a delle idee nuove. 

Nel 2015 io ed uno dei miei capi siamo andati in America ad una delle più grandi fiere di Formazione al mondo per vedere le novità e da lì è nata l’idea di fondare un’area aziendale che si occupa di Digital Learning and Gamification che oggi è una parte rilevante del nostro business. 

Un altro snodo molto importante degli ultimi tempi è stato l’essermi formato io stesso come partecipante sull’Innovazione presso il Politecnico di Milano all’interno di un Percorso Executive (verticale sull’Innovazione Digitale) perché mi ha permesso di considerare nuovi modi per fare le cose.

Se oggi posso parlare di fare Innovation Management nelle vendite ed in HR è perché ho seguito questo percorso. 

In ultimo, un altro punto importante della mia carriera è il Libro; idea nata durante questi mesi difficili (inizio marzo) dove parlo di modalità innovative, di lavorare in remoto ma per i venditori, in quanto si parla spesso di Smart Working ma non di Smart Selling.

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La social reputation riveste un’importanza fondamentale nella ricerca del lavoro e nella costruzione di un network proficuo. Prova a metterti nei panni di un giovane: come riuscire a catturare l’attenzione del target scelto, attraverso il Personal Branding? Quali consigli possono risultare utili per sfruttare questo strumento?

Io credo che non esista una taglia unica nel Personal Branding perché credo che ognuno ha le sue preferenze e i suoi punti di forza: una persona che scrive bene potrà usare gli articoli e i post, una persona che non scrive bene potrà usare gli strumenti grafici. 

A livello di strumento non esiste una ricetta unica, bisogna sperimentare, anche perché nei social cambiano spesso gli algoritmi e quindi devi sempre trovare nuovi modi. 

La prima considerazione è di atteggiamento e quindi considerare che la social reputation è importante a due livelli: a livello passivo e dobbiamo sapere che la nostra immagine digitale è ciò che vedono le aziende quando reclutano soprattutto in questo momento in cui il reclutamento è remoto e quindi almeno quello che si vede deve essere professionale e organizzativo (se uso instagram per cose personali va bene purchè lo mantenga riservato ecc..); poi c’è il lato attivo che è quello più differenziante. A questo proposito ci sono tutta una serie di aspetti da considera e cioè: non si può prescindere dalla competenza, ovvero non possiamo pensare di fare Personal Branding sull’immagine, c’è chi lo fa e ha successo ma solo se vogliono fare gli influencer, invece per trovare lavoro ne dubito.

Rispetto a questo aspetto, costruire competenze è difficile perché l’università ci prepara il giusto al mondo del lavoro: ci da tanta teoria ma non ci abitua a capire quale è il linguaggio delle aziende. Per esempio se io scrivo un articolo in cui cerco, da giovare, di spiegare tematiche banali non va, diversamente se io uso la teoria che si insegna all’Università in una lettura critica può essere una base forte dove posizionarsi. 

Un’altra cosa positiva è quella di chiedere pareri alle persone più esperte. 

Un’ultima cosa importante è capire quale è il nostro obiettivo e quindi se io ho un’idea di dove voglio arrivare (che aziende, che settore…) è più facile capire le aziende giuste da seguire, le persone giuste alle quali scrivere e quali relazioni sviluppare ad esempio con gli HR che mi interessano senza lo spirito del “sto cercando lavoro da te”; poi nel momento in cui si cerca lavoro è normale chiedere senza essere mal percepiti perché viene considerata come “una persona che ha da dire qualcosa e che sta cercando anche una destinazione differente.”

Siamo di fronte ad uno scenario in continua trasformazione senza tempo: secondo te, quali sono le opportunità che i giovani devono e possono cogliere da questi continui cambiamenti? Come riuscire a gestirli attivamente?

Citerò un consiglio della Fornero: i giovani di oggi non devono essere “choosy” e aveva ragione da vendere perché questo concetto indica che un giovane di oggi non deve intrappolarsi nelle aspettative di andare in una direzione specifica. 

Faccio un esempio concreto su di me: tutte le volte che imparo qualcosa immediatamente mi proietto nel diventare il massimo esperto mondiale di qualcosa, mi immagino come sarebbe esserlo. 

È chiaro però che nel momento in cui scelgo il binario dove andare non devo evitare tutto ciò che devia da quest’ultimo, sarebbe una limitazione. 

Le carriere oggi sono meno definite, chi vuole fare HR non deve aver paura di sporcarsi nel fare altre cose.

Questo significa che ogni qualvolta noi tocchiamo un ambito diverso da ciò che ci aspettiamo, aggiungiamo valore al nostro profilo studiando cose differenti. 

La cosa principale è sviluppare le competenze a T, competenze trasversali di interfaccia che ci permettono di guardare altri ambiti e poi approfondire il nostro ambito riuscendo ad essere un po’ generalisti e specialisti. 

Questo porta all’idea della mobilità: noi in Italia abbiamo un mondo del lavoro statico caratterizzato per lo più da carriere verticali e questo altre culture è impensabile perché prevalgono alla carriera esterne, trasversali con attività che ti portano ad uscire dal posto di lavoro 9-17. 

È chiaro poi che noi creiamo un solco quando iniziamo la nostra carriera, ma dobbiamo comunque interessarci da ciò che non è nel nostro solco specifico perché potremmo avere delle soddisfazioni interessanti. 

Bisogna essere imprenditoriali, in tutto ciò che noi facciamo dobbiamo pensare da imprenditori (come posso impattare sui risultati della funzione, come posso portare del valore aggiunto, farsi carico delle cose).

Adesso ti propongo di lasciare questa rubrica con un consiglio, in risposta a qualcosa che non ho avuto modo di chiederti, o un augurio per i giovani che si affacciano a questo mondo lavorativo in progress…

Il punto è non avere paura: bisogna trovare il giusto equilibrio tra la sfrontatezza di credere di poter cambiare il mondo (per avere impatto) ma senza esagerare nel credersi di essere già arrivato. 

Bisogna non cedere alla retorica “abbiamo sempre fatto così” e d’altra parte però chi è giovane deve acquisire i fondamentali per lavorare bene, cercando di far sì che l’apprendimento sia davvero il vantaggio competitivo.

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