JOB TRIP_#1 Intervista a Luca Solari

Ciao Luca, ti chiedo gentilmente di presentarti e di raccontarmi della tua realtà lavorativa. Di cosa ti occupi? Fai finta di star parlando con un bambino curioso piccolo esploratore alla ricerca del lavoro dei suoi sogni…Cosa gli racconteresti?

Nasco a Trento 54 anni fa. Di recente mi hanno definito un inquieto, sebbene io tenda più a pensarmi come un “pigro in terapia”. 

Eredito, come sembra accadere secondo la letteratura, una difficoltà a radicarmi dal fatto che mio padre è un profugo istriano e da allora mi sono sempre sentito “in affitto” anche qui a Milano dove vivo da trent’anni. 

Coltivo da sempre il sogno di capire il rapporto tra le persone e le organizzazioni e sia la mia ricerca sia la mia consulenza sono forme di sperimentazione controllata, cioè in modo implicito sono occasioni nelle quali sviluppo e testo dentro di me delle ipotesi sulla realtà. 

Per farlo avevo due opzioni. Una era fare l’attore, ma non ho mai avuto il physique du rôle. La seconda era di fare il professore universitario e ho scelto questa perché mi rende ancora più libero. 

Se dovessi raccontare a un bambino cosa faccio, gli direi che nel mio lavoro guardo quello che succede attorno a me e mi chiedo perchè sapendo che non c’è una risposta sola.

Quali sono stati gli eventi più significativi della tua carriera? Prova a ripercorrere la tua strada e a raccontarci cosa ti ha portato fino a qui…

I due eventi più significativi precedono la mia carriera. 

Il primo risale a quando ero studente della scuola media a Trento. C’era un evento nel quale moltissime classi si sono ritrovate in plenaria in un teatro ed a un certo punto hanno chiesto se qualcuno aveva delle domande da fare. 

Ricordo lo scontro fortissimo dentro di me tra la mia atavica timidezza (che ancora coltivo, anche se molti non lo credono) e il desiderio di dimostrarmi che non avevo paura e che potevo superare quell’ansia. Insomma, alla fine sono uscito, ho fatto la mia domanda o osservazione, non ricordo. Da quel momento  ho deciso che non avrei più avuto paura di dire quello che pensavo anche davanti ad una moltitudine di persone. 

Il secondo momento risale a una messa domenicale (e forse ero anche più piccolo). Allora ci si andava con gli amici più per abitudine che altro (oggi non sono credente). 

Ricordo che eravamo in prima fila e io ero in mezzo a due amici che hanno iniziato a litigare;durante la predica, l’officiante ci ha cacciati fuori. 

Camminando a testa bassa lungo uno dei due corridoi centrali (era una chiesa moderna) mi sono sentito addosso gli occhi di tutti e sarei voluto scomparire. 

In quel momento ho deciso che non avrei più permesso a nessuno di mandarmi fuori e non mi sarei mai più piegato a nessuna autorità assoluta.

Tutto il resto non è che una conseguenza, compresa la ragione per la quale sono arrivato all’Università degli Studi di Milano, dove alcune “autorità accademiche esterne – ad Unimi – non avrebbero voluto che arrivassi.

La social reputation riveste un’importanza fondamentale nella ricerca del lavoro e nella costruzione di un network proficuo. Prova a metterti nei panni di un giovane: come riuscire a catturare l’attenzione del target scelto, attraverso il Personal Branding? Quali consigli possono risultare utili per sfruttare questo strumento?

Non sono la persona più adatta a dare consigli perché in qualche modo il network che ho è frutto più della mia passività che della mia attività. 

Sono una spugna, nel senso che amo ascoltare le persone, conoscerne le storie. 

Quando facevo i lunghi viaggi in treno da Trento a Milano, molto influenzato dalle mie letture, ricordo che vedendo una persona ad un passaggio a livello mi immaginavo chi fosse, dove stesse andando e per un lungo tratto rimanevo sospeso in una sorta di scrittura romanzata interiore. 

Il consiglio che mi sento di dare è innanzitutto quello di chiedersi perchè si vuole costruire un network. 

So bene che è importante, so bene che anche le ricerche ci dicono che serve, ma questo è un modo di oggettivare un’azione e io credo che le cose si fanno perché si trova valore nel farle in sé, non perché “servono”. Piuttosto che mirare alla ampiezza, quindi, mirate alla salienza, al valore di quello che scambiate o anche solo percepite in una relazione.

Siamo di fronte ad uno scenario in continua trasformazione senza tempo: secondo te, quali sono le opportunità che i giovani devono e possono cogliere da questi continui cambiamenti? Come riuscire a gestirli attivamente?

Uno dei miei periodi più belli di lavoro è stato l’inizio: ho avuto l’occasione per 3/4 mesi di fare solo due cose. 

Una era quella di osservare e imparare dal mio prima collega di ufficio mentre interagiva con le persone che entravano, studenti e colleghi e, ancora oggi, sento un debito morale con lui, ma non dirò chi è. 

L’altra è stata  quella di entrare nella biblioteca di via Sarfatti e prendere dagli scaffali i classici organizzativi e leggerli (davvero, anche perché oggi ho la sensazione che pochi lo facciano). 

Un libro che mi ha segnato quasi quanto Una boccata d’aria di George Orwell (un’altra storia questa) è The social psychology of organizing di Karl E. Weick, che allora non avevo capito del tutto ma che,ancora oggi, ogni tanto rileggo come il libro di Orwell e ora credo di aver capito qualcosa. 

In sostanza, ai giovani consiglio di esserci. 

Ovvero di vivere ogni istante con la consapevolezza di quello che percepiscono. 

Troppa parte del nostro vivere e lavorare è lasciata alle risposte automatiche e in una fase come questa i soloni che hanno già la risposta andranno presto a sbattere contro un muro. O almeno ce lo auguro!

Adesso ti propongo di lasciare questa rubrica con un consiglio, in risposta a qualcosa che non ho avuto modo di chiederti, o un augurio per i giovani che si affacciano a questo mondo lavorativo in progress…

Credo che i giovani debbano uscire da quella cappa per cui devono dimostrarci qualcosa a tutti i costi. Viviamo una crescita irrealistica delle aspettative sull’umano. 

Sto leggendo in queste settimane un libro, Il compromesso di Elia Kazan e ritrovo in quella gelida storia degli anni ’60 molte delle inquietudini del presente. 

Personalmente sono cresciuto nel momento nel quale ho accettato di buon grado di essere, alla fine, solo uno come tanti e non lo dico per understatement, ma perché so quante persone incredibili ci sono ovunque attorno a noi. 

Solo che le organizzazioni sono troppo impegnate a cercare modelli astratti per accorgersene.

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