INTERVISTA: DALLO SMART WORKING UN IMPULSO PER RIPENSARE I LUOGHI DI LAVORO IN AZIENDA

LUCA BRUSAMOLINO PER SMART WORKING DAY

Luca Brusamolino è CO-Founder di Workitect, società milanese di consulenza e progettazione di spazi di lavoro. Esperto in risorse umane, da anni studia il rapporto tra spazi fisici e persone dal punto di vista organizzativo. Si occupa di assistere le aziende nei processi di workplace change e per l’introduzione dello smart working ed è speaker in eventi HR e corsi universitari (Unimi, PoliMI, USI, LUM). I suoi articoli sul tema sono stati pubblicati su riviste e quotidiani come “Office Layout” e “Il Fatto Quotidiano”.

In merito al suo speech al prossimo Smart Working Day del 17 Ottobre, lo abbiamo contattato per un’anticipazione in pillole di quello che sarà il suo intervento.

Sui media e nel sentire comune lo Smart Working è spesso associato all’idea di lavorare da casa, però la faccenda è un po’ più complessa…

Lo smart working è una nuova modalità lavorativa che comprende tecnologia, organizzazione e spazi. Dal punto di vista del luogo di lavoro quindi, lavorare da casa è solo un’opzione in un ampio menù di ambienti interni ed esterni all’azienda tra cui scegliere. In quest’ottica bisogna sottolineare la rapida diffusione anche in Italia del fenomeno dei Coworking; nati come spazio condiviso per i freelance oggi sono tantissimi i casi di successo come SpacesCopernico o WeWork.

Il cambio di paradigma è quindi un concetto molto flessibile della postazione, che non è più assegnata ad un singolo ma condivisa, giusto?

Esattamente, il luogo di lavoro non è più identificato soltanto con “la mia scrivania” e il layout dei nuovi uffici è quindi progettato per permettere di muoversi da uno spazio all’altro a seconda dell’attività da svolgere. Si chiama “Activity based working” e ha portato grandi realtà anche a un ripensamento nella gestione dei propri asset immobiliari riuscendo a razionalizzare i mq necessari e allo stesso tempo a creare dei luoghi più aperti e attrattivi per i talenti.

La scrivania ha la funzione manifesta di “spazio di lavoro” ma, per un dipendente di lunga data, può assumere anche la funzione latente di “posto di lavoro”. Nello Smart Working l’assenza di questo riferimento può indurre alla reazione mentale del “where is my desk?”.

È assolutamente un rischio che si corre nel percorso “disruptive” che lo smartworking avvia. Per un giovane alla prima esperienza lavorativa, può essere ininfluente non avere una scrivania fissa, magari da personalizzare con foto e oggetti propri. Ma per una persona non più giovanissima, legata da anni alla routine della sua postazione, è dura perdere questa zona di comfort. Si potrebbe innescare il timore della percezione “oggi non ho più la mia scrivania, domani non avrò più la mia occupazione”.
L’impatto del cambiamento sulle persone è un aspetto fondamentale di ogni nostro progetto, non si può intraprendere un percorso di riorganizzazione di successo che non sia graduale, partecipato e in linea con le condizioni di partenza dell’azienda.

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