Intervista a Marco Bentivogli

Francesco Sani intervista Marco Bentivogli

Martedì 27 Ottobre, Marco Bentivogli sarà tra gli ospiti dell’evento “Smart Working & Mobility: il lavoro e le città del futuro” una tavola rotonda virtuale per discutere di lavoro e smart working, della nuova mobilità e dell’impatto che questi avranno sul futuro delle città. Insieme a Marco Bentivogli, ospiti internazionali del calibro di Philip Vanhoutte (pioniere dello Smart Working) e James Thoem (Managing Director di Copenaghenize) e figure italiane di spicco come Serena Righini, Paolo Manfredi, Tommaso Nannicini, Vito Roberto Palmiotti, moderate da Luca Brusamolino,

Marco Bentivogli, veneto classe 1979 è un noto sindacalista, segretario generale della Federazione Italiana Metalmeccanici (FIM CISL) dal 2014 al 2020. In precedenza è stato responsabile nazionale dei Giovani dei metalmeccanici Cisl, tra il 1998 e il 2008 segretario provinciale, prima a Bologna e poi ad Ancona e dal 2008 è entrato a far parte della Segreteria nazionale.

Durante la sua attività sindacale si è trovato ad occuparsi di alcune delle vertenze
italiane più difficili e note degli ultimi dieci anni tra cui Alcoa, Lucchini, Ilva, Acciai Speciali Terni o Indesit-Whirlpool.
A gennaio 2018, insieme all’allora Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, lancia dalle pagine del Sole 24 Ore il Piano industriale per l’Italia delle competenze. L’obiettivo è quello di promuovere il rilancio del Paese con una strategia costruita sui pilastri delle competenze, l’impresa e il lavoro.

Ne è nato un vivace dibattito pubblico che ha coinvolto intellettuali, economisti e leader politici, dai quali è venuto un ampio consenso alle proposte avanzate nel documento. Nel pensiero di Bentivogli il sindacato deve essere un soggetto moderno, luogo pubblico delle aspirazioni dei giovani e contrario ai “diritti acquisiti”. Ha affermato, che <<[…] i diritti o sono per tutti o si chiamano privilegi>>.
Interessante anche la sua produzione saggistica e per l’oggetto del nostro blog, accogliamo con interesse il suo ultimo libro: Indipendenti. Guida allo smart working uscito a giugno per Rubbettino editore. Nel testo si mettono in luce i vantaggi del lavoro agile senza però trascurare i pericoli di un utilizzo improprio, ecco quindi che Bentivogli propone una guida pratica come percorso per realizzarlo nelle organizzazioni e per regolare meglio diritti e doveri dello smart worker. Il messaggio è che lo smart working è un lavoro “intelligente” perché valorizza la reciprocità e trasferisce quote di responsabilità e libertà alle persone, favorendo il loro benessere e la produttività. Abbiamo avuto l’occasione di porgli alcune domande in merito.

Nel suo ultimo libro “inDipendenti- Guida allo Smart Working” ha analizzato il nuovo paradigma del mercato del lavoro. Lo smart working rappresenta un’occasione di salto culturale e organizzativo, quali sono i principali vantaggi e rischi a suo avviso?
Il titolo In-dipendenti, non si riferisce alla nuova categoria di lavoro emergente ovunque nel mondo, fuori dal lavoro subordinato (dipendente) ma altrettanto dal lavoro autonomo. Peraltro uno degli ingredienti dello smart working è l’autonomia e non l’indipendenza.

Ed è proprio la mancanza di autonomia a “soffocare” produttività e benessere delle persone al lavoro. Il libro vuole sottolineare proprio che le organizzazioni e le imprese che creano ‘dipendenze’ sono nocive, ingabbiano le energie migliori degli esseri umani. Per questo avere lavoratori in-dipendenti, responsabili e felici deve diventare un obiettivo generale. Certamente non vanno sottovalutati i problemi etici, sociali e di salvaguardia dei diritti dei cittadini, che alcune innovazioni tecnologiche recano con sé. Ma sono problemi che vanno gestiti, mentre abbandonarsi al “tecnodisfattismo” serve solo a far perdere di vista le opportunità.

In questa transizione però le imprese non vanno lasciate sole, servirà una collaborazione da parte di governo, imprese e parti sociali e un grande piano di reskilling di chi è fuori dal mercato del lavoro e degli over 50. Ai “tecnofobi” va però ricordato che sono i Paesi che hanno investito di più in tecnologia e formazione ad avere tassi di disoccupazione più bassi: Germania, Corea del Sud e Giappone.

E nei primi due casi i lavoratori hanno salari più alti e svolgono mansioni a più alto ingaggio cognitivo e maggiore valore aggiunto. L’occasione è propizia, come si direbbe in inglese, per passare dalla job protection, la protezione del lavoro, a essere skills developer ovvero sviluppatori di professionalità e competenze, nella nostra azione contrattuale.

È giusto occuparsi di pensioni per superare molte iniquità, ma la sfida fondamentale è rendere il lavoro degno e realizzativo, prendendosi cura delle persone, delle loro competenze, rendendole più forti nei propri luoghi di lavoro e nei passaggi tra un lavoro e l’altro. Puntiamo a liberare le persone nel lavoro e non da esso.

L’Italia è cronicamente in stagnazione. La tecnologia è la leva per uscire da questa situazione di bassa produttività che ha ripercussioni non solo economiche bensì sulla vita del paese?
Certamente anche se purtroppo abbiamo una lunga storia di “tecnofobia”. Eppure, questa pandemia ci sta dando l’opportunità di accelerare processi già in atto ma che si sarebbero evoluti in tempi molto più lunghi. L’Italia è in ritardo innanzitutto negli investimenti.


Nella sola Unione Europea, se guardiamo all’intelligenza artificiale, la Germania ha investito dieci volte più che l’Italia (600 milioni di euro entro il 2020 contro i 70 milioni previsti dall’Italia in due anni). Ma si tratta anche di un gap culturale: qui la tv a colori è arrivata
15 anni dopo rispetto al resto dell’Europa occidentale. Insomma, siamo un paese di inventori allergico all’innovazione, diffidenti verso le macchine.

Definisco questo atteggiamento “tecnofobia” (Contrordine Compagni, Rizzoli 2019) una sorta di nuovo luddismo, una malattia da cui non siamo mai veramente guariti e forse più insidiosa, in quanto antagonista dell’innovazione. In tempi in cui il lavoro scarseggia,
siamo portati a pensare che l’automazione distrugga l’occupazione, ma questo approccio non fa che favorire l’Italia più pigra e furba.

Ha fondato l’associazione “Base Italia” dove nel manifesto ha scritto che per tornare a crescere il nostro paese necessita di una politica innovativa. Quali sono le più importanti sfide che una classe dirigente dovrebbe affrontare con coraggio?
Con il filosofo e amico Luciano Floridi abbiamo deciso di fondare Base Italia per creare una rete che svegli gli intellettuali, le classi privilegiate dal loro torpore e per avere idee nuove che diano risposte complesse alla complessità dei tempi in cui viviamo. Ci sono tanti
lavoratori, lavoratrici, studenti, persone in cerca di lavoro. Ci sono grandi intelligenze ma al servizio della banalizzazione della complessità.


Quello che è mancato in questi ultimi anni è stato il ruolo degli intellettuali. Ce ne sono per fortuna molti che non vogliono stare nella bolla delle élite ZTL a parlarsi addosso. Il mondo, la vita è sempre più complessa, oggi bisogna tradurre, dare alle persone gli strumenti per essere informate, di capire. E poi bisogna costruire pensieri lunghi, strategie che affrontino il setaccio del consenso.

Se continuiamo a lasciare questo lavoro di semplificazione ai populisti la loro sarà banalizzazione utile alla ricerca del nemico sempre lontana da soluzioni. Bisogna iniziare
a promuovere solidarietà e cooperazione, legami sociali. Ricostruire la comunità nazionale è fondamentale. Ritornare a vedere i partiti, il sindacato, le associazioni come qualcosa in cui impegnarsi. Non è facile ma bisogna accettare la sfida che la nostra epoca ci sta lanciando.
In che modo? Mettendo insieme, come dice Luciano Floridi, il verde degli ambienti (la terra, le persone, etc.) con il blu del digitale.

L’Italia ha qualche ritardo in più: l’inefficienza della Pubblica amministrazione, il rafforzamento e ammodernamento del sistema di istruzione e formazione, la riforma della giustizia (siamo la repubblica più che della “certezza del diritto”, della “proliferazione di quantità e tempistiche dei contenziosi”) le infrastrutture materiali e immateriali.

Mettere insieme il Piano Amaldi sulla ricerca con un nostro “Fraunhofer” (l’organizzazione che in Germania raggruppa 60 istituti di ricerca) per creare innovazione e trasferire tecnologie e competenze. Con Alfonso Fuggetta, professore ordinario del Politecnico di Milano e Amministratore Delegato di Cefriel abbiamo lanciato un piano per costruire la Rete Nazionale dell’Innovazione Tecnologica, una vera e propria “Fraunhofer italiana”. I Competence Center e i Digital Innovation Hub, i due strumenti per il trasferimento tecnologico del Piano Industria 4.0, non rispondono esattamente a quello che serve urgentemente in Italia, infatti.

Non servono solo interfacce tra l’azienda che ha bisogno di innovazione e la società capace di erogargliela, ma occorrono sempre più infrastrutture che, proprio perché si sedimentano al loro interno le competenze dei processi di innovazione, consentono nel tempo di abbassarne i costi e la soglia. Una rete diffusa, insomma, che garantisca la creazione sul territorio di ecosistemi in cui l’innovazione tecnologica sia trasmessa in maniera più efficace e soprattutto più omogenea, a prescindere dalle dimensioni (e
dalle capacità) dell’impresa che richiede questi servizi.

In Italia, come è noto, abbiamo molte piccole imprese, e quindi dovremmo avere più
“Fraunhofer” in una sola rete che sia ovviamente sincronizzata con i centri di formazione più all’avanguardia e con tutto l’ecosistema delle Academy aziendali.

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