IL LAVORO DA CASA SPEGNE LA CREATIVITÀ

LUCA BRUSAMOLINO PER IL GIORNO

L’esperto di smart working: anche dalla pausa alla macchinetta del caffè può nascere un’idea vincente per l’azienda.

“Lavorare da casa senza alternativa né eccezione, come è accaduto durante il lockdown, è una situazione a rischio alienazione della persona dal punto di vista sociale. Senza considerare che dal punto di vista ergonomico e spaziale le nostre case generalmente non sono pronte ad avere uno spazio dedicato al lavoro. Serve una postazione con una sedia e uno schermo di un certo tipo, per evitare rischi per la salute”. Luca Brusamolino, ceo di Workitect, esperto di “lavoro agile”, è uno degli inventori dello “smartworkingday”. Eppure, proprio da sostenitore della formula non nega che lo strumento presenti più di una criticità per come è entrato nelle nostre vite negli ultimi mesi nel pieno dell’emergenza Coronavirus.

Cosa non l’ha convinta nello smart working targato Covid?

“Il lato positivo della tragedia che stiamo ancora vivendo è che ha accelerato un necessario processo di modernizzazione del lavoro, facendo fare al Paese passi che altrimenti non avrebbe fatto in dieci anni. Ma lo smart working non è il lavoro da casa, come lo abbiamo conosciuto in questi mesi: sono due cose diverse. Tanto che nel resto del mondo si parla di ‘remote o flessible o home working’. Lo smart working è un processo di cambiamento cominciato da prima dell’emergenza Covid, che lo ha solo accelerato, e coinvolge l’intera organizzazione sociale e urbanistica delle città grazie al fattore determinante della tecnologia attraverso la digitalizzazione. Le aziende cambiano, l’ufficio si trasforma con luoghi di coworking in stile Starbucks, con spazi dedicati alle varie attività delle persone, dalle telefonate alle riunioni, superando quindi il concetto di scrivania”.

Dunque, la casa non è il luogo ideale per questa formula?

“Penso che la casa non sia il posto migliore dove lavorare. Può essere di sollievo qualche volta lavorare da casa ogni tanto, ma se il luogo della famiglia diviene la postazione abituale, allora la casa diventa una sorta di gabbia e vincolo. E, in questo ambito, le donne e tutte le persone che hanno oneri di cura hanno chiaramente più difficoltà rispetto a una coppia senza figli o un single”.

Nella versione ‘giusta’ l’ufficio non scompare: quanto pesa la sua assenza nello smart working attuato?

“Sul piano organizzativo non è facile ricreare virtualmente dei momenti di incontro che rendano l’azienda non solo un insieme di professionisti, ma un insieme di uomini e di donne, cioè una socialità organizzativa che sia luogo di incontro delle idee. L’incontro resta un momento fondamentale per la natura umana e per l’organizzazione del lavoro. Se il lavoro da remoto è una opportunità e si creano anche momenti di incontro fisico, si riesce a lavorare bene. In caso contrario, la creatività e la collaborazione vengono compromesse”.

Quali errori hanno commesso le aziende nella gestione del meccanismo?

“Non aver affrontato in tempo il tema della digitalizzazione dei progetti. Il primo errore è non investire in tecnologia, soprattutto accessibile da ogni luogo quindi tecnologia cloud. In secondo luogo pensare che si possa vivere il cambiamento senza accompagnarlo. Di per sé genera stress, si è restii a cambiare le proprie abitudini. Il che comporta che bisogna affrontarlo coinvolgendo le persone e non facendolo calare dall’alto”.

Come dovrebbe essere l’ufficio ideale per gli smart workers?

“Le aziende innovative permettono di lavorare da remoto ma stanno cambiando gli uffici per moltiplicare gli spazi di incontro; perfino la macchina del caffè, un tempo simbolo della perdita di tempo e relegata in un angolo, viene messa al centro di un’area break che è la più grande dell’azienda ed è centrale”.

Servirebbe anche una trasformazione delle città per favorire la soluzione più efficace di “lavoro agile”?

“Certo, lo smart working cambia anche, in prospettiva, il modello di urbanizzazione delle città. Finora abbiamo avuto città monocentriche, che attiravano persone nel centro mentre le periferie restavano zone dormitori. Adesso il flusso di persone che vanno verso il centro alla stessa ora è sicuramente diminuito, con impatto sui trasporti pubblici e sugli esercizi privati. Se questo è un problema per chi ha un bar in centro è invece una opportunità per il sistema urbano, con in prospettiva una nuova vita delle periferie e la nascita di uffici periferici in coworking”.

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